Racconti
Una storia bivalente

Una storia bivalente

 Sono indecisa se la distillazione di questo amore sia stata frazionata o molecolare o addirittura distruttiva.

 Sono indecisa se ho voglia di guardare all’interno del recipiente di raccolta.

 Sono indecisa se ho voglia di sapere di quale determinato componente sia stata la concentrazione  maggiore.

 

Vapore, vuoto d’aria, ebbrezza.

  

Sedici anni fa avevamo un sogno: fare il giro  di Roma a bordo di un taxi bianco e che fuori piovesse. Due ragazzi fantasticamente appassionati alla vita che riuscivano a galvanizzare tutto attorno a loro. Io traboccavo di sentimenti intensi e romanzati. Tu straripante della tua stessa personalità fabbricata a misura e solo a tratti vera, attendibile, ma comunque incredibile. In questi sedici anni rappresentavamo uno stravagante duo legato dai sentimenti indistinti. Adesso penso che avevamo semplicemente paura di guardarci dentro, di capire che il nostro disperato bisogno di affetto a lunga scadenza era più forte e più importante del nostro orgoglio e della presunzione di poter farne a meno di tutti.

 

Per sedici anni abbiamo giocato allo stesso gioco – competizione con gli altri basata sulla nostra rivalità interna, rivalità benevole verso gli altri, perché comunque già in partenza sapevamo di essere i migliori, ma noi due uniti e rafforzati dell’antagonismo e cinismo spietato. La mia testa alta e il tuo sorriso indulgente.

 

Quando mi raccontasti di esser stato a Roma, ti chiesi se avevi fatto il giro in taxi, come avevamo sempre sognato noi (ecco tutti sognavano di comperare, visitare, conoscere, e noi – percorrere…) e mi hai risposto sì, e dopo, quasi vergognandoti hai aggiunto a voce bassa, sussurro, da non voler ammettere e non voler sentire “ma senza di te, non è la stessa cosa” E comunque anche in quel momento non era una debolezza da parte tua, eri uno dei pochi nel tuo saper trasformare un attimo di consapevolezza nel punto di forza.

 

Io abbassai la guardia una volta sola. Al matrimonio di Oxa. Ero gelosa. Tremendamente gelosa. Perché era l’unica volta quando formavi la coppia con qualcun'altra che in quel caso era tua moglie – giovane, bella, sofisticamente elegante. (per dire la verità, eravate tutte e due giovani, belli e sofisticamente eleganti). La vostra bambina era nata un mese prima. E dovevo ammettere e adattarmi di seguito molto malvolentieri ad una situazione in cui tua moglie era più bella, più giovane, più formidabile. Almeno apparentemente. E là, che capii di non avere la forza di distinguere e decifrare i tuoi sentimenti per me ed i miei sentimenti per te, perché tutto il mio essere reclamava, desiderava ardentemente qualcosa di nostro, qualche segno da mettere come una croce su questo idillio famigliare, le finestre con la carta incollata trasversalmente e il vetro da proteggere durante i bombardamenti nella guerra non ancora dichiarata.

 

Io non sapevo niente della vostra storia, del vostro matrimonio, della vostra vita insieme, ho sempre avuto la sensazione che tu già dall’inizio sapevi di aver sbagliato e non volevi sentirmelo dire, che il tuo compromesso in realtà era la tua rovina, la perdizione dannata della tua anima, confusa, ingarbugliata, ma forte ed irrefrenabile. Non mi aspettavo che la spossassi, poi lei rimase incinta ed eccoti qua con la fede al dito.  (che non portavi fra l’altro)

 

Mi salutasti come sempre – con un bel bacio sulla bocca, dicendomi una bugia spaventosamente piacevole, tutta nostra, riportandomi con  forza sul nostro territorio che nessuno di noi due ha mai infranto ne tu, sposandoti, nemmeno io, sposandomi. E la tua bellissima moglie mi guardava senza odio perché lei sapeva. Oh, lei lo sapeva veramente che noi ci rendevamo felici a vicenda e non era avara di quegli attimi. Perché tornando a casa, facevi l’amore con lei come non  mai, grato a lei per la sua comprensione, desideroso di farla felice, passionale nella piena contemplazione dell’immagine di noi due, uniti soltanto dalla paura di scoprirsi innamorati.

 

Quella sera mi ubriacai spendendo una somma irragionevole anche per me. Perché oltre a quel bacio di fronte a tutti, mi bruciavano le tue parole alle quali mi aggrappavo per credere alla sopravvivenza anche dopo una serata del genere  e al ricordo improvviso di un tuo complimento di sedici anni fa “hai il collo bellissimo”.

 

 

Quando andai a convivere con Lenechka, nel suo appartamento da sogno (mio, in quel periodo) al centro (a fianco della Belarusfilm, in una casa d’epoca con i soffitti altissimi in rilievi ornamentali) prendesti molto tranquillamente la notizia, mi invitasti a festeggiarla al nostro ristorante preferito dove tutti e due ci ubriacammo alla nostra solita e perciò inconfondibile maniera e sotto i vapori di Campari con gin, mi hai leggermente turbato sculacciandomi a parole. Poche, precise, sensate e giudiziose. Più rimpianto che rimprovero. Sottile disapprovazione non del gesto in sé, ma della totale assenza di una ragione di doverlo fare. Siamo finiti nell’appartamento di Lenechka, ci siamo chiusi in cucina e nessuno in quel momento, nemmeno il legittimo proprietario, poteva impensierirci.

 

Sedici anni dopo mi hai portato a fare una passeggiata cerimoniosa ai giardini pubblici, finalmente siamo riusciti a vederci dopo 5 anni di irreperibilità (voluta? forzata? imposta? da chi?). Non eravamo più bei gatti randagi fuori del proprio branco. Ti sei ingrassato ed imperbenito, non mi baciavi più sulla bocca  e non fumavi più. Io cercavo di randeggiare, non più nomade, ma neanche stabile. Parlavamo di noi, cioè ognuno di sé,  e degli altri, incantandoci reciprocamente. Camminavamo a braccetto come una coppia qualsiasi, ogni tanto ci fermavamo, perché i cancelli del giardino si avvicinavano paurosamente veloci, e dovevamo salutarci. Così  tornavamo indietro. La nostra clessidra clemente. Forse.

 

E che non volevamo più stupire nessuno. Eravamo guariti e ci siamo riavuti. E non ci era ancora chiaro cosa potevamo fare adesso, in questa veste nuova – non più tutto uno,  ma due parti uguali. Che conducono allo stesso risultato. Ma separatamente.

 

Perché tu sei sempre stato una parte di me senza nessuna ragione, ci sono alcuni sentimenti che vanno aldilà delle nuvole di tutte le classifiche, tu ed io eravamo un essere umano unico, tu ed io rappresentavamo una vita, nostra, un respiro unico. L’amore è una metropolitana che porta dalla periferia al centro. Il nostro era un treno al contrario, completamente vuoto.

 

 

Chissà dove sono finite le persone che ci hanno fatto incontrare? A volte il destino è particolarmente bizzarro, rovescia la scacchiera, riordina le figure, cambia i colori senza chiedere né il permesso né il  parere, sposta le pedine che ad un tratto diventano il re e la regina, ma non essendo abituati ai diritti regali, cominciano a muoversi per primi  e perdono.

 

Tu abbassasti la guardia una volta sola. E mi hai insegnato che incontrando inaspettatamente qualcosa che non si desidera, si perde l’equilibrio. La perdita della configurazione in cui un sistema rimane quando la velocità degli elementi che lo compongono sono tutte nulle. Sai di cosa avevo paura? Del tuo sguardo. Che potesse cogliere la mia vulnerabilità. Che potesse essere indulgente questa volta verso di me, vedermi inciampare nelle mie mani, nelle mie braccia, spalancate verso di te. Non mi muovevo.

“Non muoverti/Come un'immensa bolla/tutto gonfia, si leva. / E tutta questa finta realtà /scoppierà /forse. /Noi forse resteremo. /Noi forse./Non muoverti. /Se ti muovi lo infrangi.”

 

 

 

 

 

 

 

 

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