Racconti
Dilettazione morosa
"Dilettazione morosa, il piacere che si prova nell'indugiare compiacentemente con il pensiero su un oggetto peccaminoso, senza tendere al possesso di fatto dell'oggetto medesimo."

 

“L’odio è il piacere più duraturo. (gli uomini amano in fretta, ma odiano con calma)”

G. G. Lord Byron

 

XXX

Quello che provo per te è un disastro sentimentale, che non riesco più a combattere. La felicità cucita per qualcun'altra – non mi sta né stretta né larga, non mi appartiene, tutto qui.

 

Mi dici che sono la tua fissazione morbosa, che è l’ora di finirla una volte per tutte le duecentotrentaquattro precedenti in cui giurammo di non cercarci più. E va bene, devo forse smettere di istigarti e non spingerti più verso quella realtà malsana senza la quale tutto il mondo in cui cerchiamo di sopravvivere sembra davvero malsano. Ma è l’unico modo di tenerti a bada e sapermi  destreggiare in mezzo alle tue numerose fidanzate di turno.

 

Mi sono sempre chiesta come mai due persone intelligenti e colte, sensibili e come si suol dire comme il faut cadono in questa trappola di parole, sensazioni, attese, fantasie, idee completamente sbagliate - di noi e del nostro rapporto. È bruttissima la parola “rapporto”, ma non trovo niente di più adatto, “rapporto” sa di scrivania in d’ufficio, il fare frettoloso , aridità, distacco, ma nello stesso tempo di assoluta purezza, in quanto non è inquinato dai sentimenti. Il nostro rapporto è solo un rapporto di sesso.

 

Senza di te sto benissimo, in perfetta armonia con la mia immagine di  ragazza modello, che mi sta a pennello. Tu, ogni volta che ci vediamo, mi porti sull’altra sponda del fiume, capovolgendo il detto che non si può passare due volte nella stessa acqua .

 

Per chi lo faccio? Per me stessa, per sapere dove arriva il mio essere talmente perfida da non vergognarmi davanti alle sofferenze? O per farti vedere che non mi importa niente di te?

 

Litighiamo  in maniera quasi violenta, ci insultiamo a vicenda con il lessico così ricercato, che mi viene da pensare che è tutta una messa in scena. Perché non possiamo semplicemente   tentare di lasciarci andare un po’, manifestare i sentimenti, non soltanto provarli.

Sei arrivato a dirmi che sono un uomo.

 

Quando sto con te mi sento davvero un mostro, mi comporto da mostro e mi vanto di esserlo. Forse perché inconsciamente so che è proprio quello che tu cerchi in me, nel tuo desiderio di voler cancellare qualcosa dentro di te, quel ragazzo che tu stesso odi per la mancata forza d’animo, per la morbosa insoddisfazione verso la vita che io impersono. Sei convinto che una volta che mi sono arresa io, tutta la tua vita  avrà la brillantezza che disperatamente cerchi – ma senti, basta solo non sopprimere più quel orgoglio che ti divora e che attira le persone sbagliate sul tuo percorso, le persone che ti  calpestano e ti fanno del male.

 

A volte non ci sentiamo per mesi, infatti dopo un abituale  breve incontro in cui ci rovesciamo addosso di tutto, non abbiamo niente da dirci e mi pento infinitamente di non essere stata sufficientemente dura e non risponderti. Ma in te c’è qualcosa che nessuno riesce a darmi – una parte di me stessa che amo profondamente, perché con te non mi vergogno di niente.

 

A chi posso dire che mi manchi ? A chi posso dire che con te non mi interessa né “prima” né “dopo”? 

 

Non posso rovinare la mia vita solo per il piacere di raccontartelo.

 

XXX

Sei appena andato via, sento l’accendersi della tua bellissima macchina e non riesco più  a muovermi  -ho paura di affacciarmi alla finestra e vederti – tu che mi vedi alla finestra; io che ti vedo girato verso di me.   Sono talmente felice da sembrare dissanguata.

 

Sono seduta in poltrona nell’angolo, con le ginocchia tirate al petto e le mani congiunte, fisso il tuo maglione e combatto il desiderio di affondare il mio viso tra le sue morbide pieghe. Non voglio avere fretta. La macchina è partita e ho la sensazione di una leggera vertigine, il vuoto nello stomaco – quando la pancia e la colonna vertebrale diventano un organo unico – il cuore.

Ho pianto molto stasera, forse sono stata anche un po’ isterica, ma eri così struggente nella tua – verso di me – attenzione, sincera, dolorosa, straziante, così indulgente, rassicurante e perdonandomi tutto mi abbracciavi, accarezzando le mie ginocchia sporgenti.

 

Vorrei imparare a distinguere il tuo volto dalle tue mani,  la tua voce dai tuoi messaggi e il tuo sfogo da quel poco che provi sinceramente nei miei confronti.

 

XXX

 

Da dove viene questo stordimento leggero, accompagnato da una sensazione (Illusoria?) di rotazione  dell’ambiente intorno a me verso di te? Vorrei tanto che mi chiamassi.  Lo svenimento dello spirito mi toglie la capacità di comprendere e valutare, meglio così - mi faccio meno pena. Oppure è un periodo in cui mi sento particolarmente attratta dai nuovi scenari teatrali di tono solenne, destinato a commuovere e dal solito esito luttuoso.  E’ proprio vero che ho seppellito in me una grande attrice tragicomica. Tuttavia vorrei tanto che mi chiamassi. Non so se ti avevo mai detto che quando vedo sul display il tuo numero (salvato come “muoio senza di te”) rimango affascinata tutte le volte, non rispondo mai subito, mi sovreccita questa pulsazione convulsa e mi appaga profondamente immaginarti nervoso, frettoloso, ansioso, concentrato… Forse perché stamattina mi sono ricordata di quel tuo sogno struggente…

 

C’eravamo appena conosciuti, ma di sfuggita,  in mezzo a tanta gente, durante un week-end in barca (tua).  La settimana dopo ti incontrai per caso in un bar del centro, stavo prendendo il mio solito caffè pomeridiano, quando tu senza salutarmi mi dicesti: “sai ho fatto uno strano sogno” . “Vogliamo giocare i numeri al superenalotto?”, scherzai io, voltandomi. E mentre mi accompagnavi alla fermata del metrò, me lo raccontavi: “Una sera d’estate. Sulla mia barca. Aspettiamo alcuni amici. Hai addosso una camicia di lino bianca. Stiamo bevendo del  vino rosso.  Ti accarezzo le gambe abbronzate. Ridiamo. Ti bacio.” Raccontavi proprio così,  vocali unite a consonanti,  le parole si infrangevano ancora prima di afferrarne il senso. Ebbi paura. Ti salutai in fretta, ma davanti agli occhi mi scorrevano otto immagini – una dopo l’altra, senza tregua, il tuo sogno, la sensazione di riconoscere queste otto immagini ancora prima che tu le descrivessi. La continuazione assidua dei fonogrammi, quasi molesta che si trasformava piano piano in una sensazione malsana. Da capogiro.

 

Il giorno dopo fu un incubo per la tua continua presenza tra i miei pensieri già di per se incoerenti alla mia situazione, ero incerta se andare a prendere il caffè al solito bar (dove sicuramente ti avrei incontrato) o cambiare completamente le mie abitudini. Ma a che cosa sarebbe servito cambiare bar, evitarti, mentire a me stessa, agli altri, a te, facendo leva con l’orgoglio sul coperchio del barattolo dei sentimenti per aprirlo, svuotarlo e poi chiuderlo ermeticamente.   Salivo sul patibolo (“Ascensore sul patibolo”) parandomi  con un dilemma: vittima o carnefice?

 

Dentro il bar una profonda delusione: non c’eri. Boccheggio infuriata, privata di una parte di me che aveva già rappresentato con parole e colori il nostro incontro. Un colpo sferzante con l’intenzione di farmi male. La nostra giostra delle tendenze e desideri,  il nostro duello senza padrini.  Sono così arrabbiata con me per la mia presuntuosità ed autopersuasione  che mi tremano le mani.

“Girati, per favore, devo vederti in faccia”, sento   il tuo respiro sulla nuca, così vicino che sembra un bacio. “Che cosa c’è?”  ti chiedo, sussurrando, ma sentendo la propria forza che sta tornando, il mio viso che brilla di fulgida luce  “Veggio presso il fin della mia luce”.
 “Collassoterapia” -  mi rispondi e  ridi. Resto profondamente sorpresa e compiaciuta quando mi saluti baciandomi sulla bocca. “Non siamo sulla tua barca e non indosso la camicia bianca” – cerco di dare un tono allegro alla situazione che si intravede come un gioco di pazienza con tutte le parti staccate e precedentemente sparpagliate. Con un sorriso da gatto di Cheshire mi avvicini una busta colorata del negozio che mi piace molto. “Vorrei tanto vedere come ti sta”. Finalmente mi riprendo e ti rispondo senza quella stupida emozione sgradevole e penosa. “Come mi sta? Che domanda poco intelligente! Mi starà benissimo”.

Fu una serata meravigliosa. Raggiungemmo la tua barca (ti chiedevo, andando a cambiarmi “ma il cavatappi ce l’hai?” mi urlavi dietro “sei sempre stata per me un magnifico cavatappi”. (Anni dopo scoprii che era una citazione dai taccuini di Cechov.). Ed in una lotta fra la passione e l’amore (in quanto l’una non è che la cessazione dell’altra) mormorasti con la voce impregnata di commozione: “è proprio così come l’avevo sognato”. Al che io, tirandomi su, appoggiata al gomito, strillai: “allora adesso arrivano degli amici!”. Ci lasciammo tranquilli e felici sotto casa mia al mattino presto. Senza promesse di rivederci e giuramenti vani. Senza rimorsi di coscienza per i fidanzati traditi. Senza nulla di quello   che può legare due persone, tranne che un ricordo vago di otto immagini vissute in sequenza disordinata e piacevolmente confusa.

 

Ci ritrovammo alcune settimane dopo al tuo compleanno. La ragazza, alla quale toccava prestare servizio di tua fidanzata del mese di agosto, era vestita in un bellissimo completo di lino bianco (camicia e pantaloni). Rabbrividii e giurai una vendetta eterna.

 

Di notte uscii sul ponte per guardare le stelle cadenti –vidi una traccia magnifica, spumeggiante, battei le mani  dalla meraviglia e in quel preciso momento mi accorsi di non essere sola, l’espressione dei tuoi occhi ubriachi- il velo misto della melanconia di aver bevuto troppo e del dispiacere di doverlo spiegare ancora una volta – quel velluto marrone scuro umido – sapevo già come sarebbero state le mosse nel futuro immediato, ma non nel futuro prossimo. Mi prendesti con la stessa calma e disinvoltura di un vecchio amante, che conosce il mio corpo ed incassa con tranquilla gratitudine ogni brivido di piacere, senza spreco di movimenti e parole. Io mezza ubriaca, con la schiena che mi doleva per lo schiacciamento al muro (fresco, umido, uniforme), rimasi male perché tu te ne andasti  senza una parola, senza un bacio, senza una carezza.

 

Così cominciò la nostra storia. 

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